Rubbiani patròn dell’Aemilia Ars

Alfonso-RubbianiLa storia del merletto di Bologna non può prescindere da Alfonso Rubbiani, eclettica figura fin de siècle di intellettuale a 360 gradi, eruditissimo ma pure abile divulgatore, con il culto del bello che riusciva a trasmettere non solo attraverso il restauro di grandi complessi artistici ma anche con la valorizzazione di manufatti artigianali, pezzi unici che divenivano a loro volta opere d’arte. Lavori all’apparenza umili, in realtà basati su schemi rigidissimi, concettualmente più vicini all’architettura che al ricamo, come quelli dell’Aemilia Ars, il merletto di tradizione bolognese che ha avuto la sua epoca d’oro durante la Belle Epoque ma che è stato tramandato fino ai nostri giorni grazie all’amore di un gruppo ristrettissimo di esperte appassionate.
L’Associazione culturale «Il merletto di Bologna» fa proprio questo: perpetua la bellezza di disegni pensati da artisti come Rubbiani specificatamente per l’ago e per il filo, e per l’abilità delle conoscitrici di questa tecnica. Una tecnica molto sofisticata e complessa, che però può essere trasmessa alle nuove generazioni, sempre più appassionate di tutto ciò che diventerà comunque un pezzo unico anche nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte.
Dalla contessa Lina Bianconcini Cavazza, tra le fondatrici agli albori del XX secolo della società che produceva pizzi a punto antico denominata Aemilia Ars, si arriva dopo oltre un secolo alle maestre di oggi che hanno avuto la fortuna di essere allieve della mitica Antonilla Cantelli, ritenuta l’ultima depositaria dei segreti di questa tecnica e scomparsa nel 2008.
Lo scopo dell’Associazione «Il merletto di Bologna», nata senza scopo di lucro nel 2011, è dunque soprattutto divulgativo: far conoscere lavori frutto di grande abilità e passione e insegnare a ogni livello, dalle principianti assolute alle più capaci, come realizzare con la tecnica dell’Aemilia Ars merletti ad ago che oggi rappresentano quasi esclusivamente un appagamento estetico ma che – non va dimenticato – nella prima metà del Novecento furono per molte donne bolognesi costrette tra le mura domestiche una prima fonte di reddito e, quindi, di crescita sociale e di autonomia.