Storia

Un giorno d’inverno sul finire degli anni Ottanta dell’Ottocento, trovandosi a passare in carrozza in una delle strade della Bologna più povera, notò una donna sola con tre figli piccoli che si sentiva male. Fece fermare la vettura, ordinò di portare la donna in ospedale, prese con sé  bambini e li portò a casa sua. Lina Bianconcini era fatta così. Era nata contessa, aveva ricevuto un’educazione sopraffina, aveva sposato un nobile assai ricco e attorno al suo salotto ruotavano i nomi più prestigiosi del côté artistico e letterario di Bologna. Ma il suo carattere aperto e la sua visione illuminata del ruolo femminile non la portò a rinchiudersi in un mondo fatto di ricevimenti, disquisizioni teoriche e intellettualismi e neppure ad assecondare tout court l’ambito delle opere benefiche com’era consuetudine per le signore annoiate del bel mondo. Lina aveva il piacere di aiutare tutte le persone con cui entrava in contatto e lo dimostra il fatto che la sua casa era sempre aperta a tutti, senza esclusioni di alcun tipo e, soprattutto, senza ipocriti atteggiamenti caritatevoli.

La contessa Lina Bianconcini nel 1901 fonda insieme alla contessa Carmelita Zucchini Solimei  un’azienda di ricami e merletti dopo anni di raccolta di antichi disegni di pizzi d’epoca rinascimentale, la cui esecuzione affida a una miriade di ricamatrici bolognesi. Questa società femminile confluisce nell’Aemilia Ars, una società per azioni divenuta ben presto cooperativa, nata il 3 dicembre 1898 per volere di alcuni nobili e artisti, come l’illustre Alfonso Rubbiani. Di quella società dal 1900 diventa presidente il conte Cavazza, marito di Lina. E Lina stessa fa parte del Consiglio degli azionisti e della Commissione esecutiva, organismi societari formati da componenti uomini e componenti donne in egual numero. Nel 1903 il consiglio di amministrazione decide di restringere l’attività dell’Aemilia Ars alla sola produzione di pizzi a punto antico, il vanto del merletto bolognese, basato su di un reticolato sul quale venivano realizzate decorazioni fiorite, pavoni, frutta, fontane, personaggi festanti. Ai disegni antichi si vanno affiancando disegni più moderni, vicini allo spirito Liberty dell’epoca, e realizzati da noti artisti. Il perno dell’Aemilia Ars è dunque Lina Bianconcini Cavazza, ormai quarantenne e madre di tre figli quando prende le mosse quell’impresa che oggi definiremmo di tipo «no profit».

Nata nel 1861 dal conte Filippo Bianconcini e da una discendente della nobile famiglia Zucchini, trascorre l’infanzia e l’adolescenza in un collegio per signorine di buona famiglia, quello di San Porziano a Lucca. Tornata a Bologna, a ventiquattro anni sposa Francesco Cavazza, che ha un anno più di lei ed è un possidente terriero molto benestante, un borghese nobilitato per meriti di lavoro e di beneficenza. Con il marito Lina sente subito anche una grande affinità per quanto riguarda le attività culturali e le opere filantropiche, essendo egli uno dei principali promotori del Comitato permanente di beneficenza di Bologna nato nel 1878.

L’Aemilia Ars è invece soprattutto opera di Lina. Al timone della sua impresa al femminile, la contessa è mossa da un duplice intento: estetico e sociale. Da una parte, infatti, vuole educare il gusto compositivo delle tante brave ricamatrici sparse per la città e le campagne, dall’altra intuisce che questa preziosa abilità è il vero tesoro delle donne e può essere sfruttata a fini commerciali per sollevare tante dall’indigenza e aiutare anche molte dame dell’aristocrazia in declino a mantenere il decoro a cui sono state abituate. Un lavoro pulito, bello e creativo, che le donne possono svolgere a casa propria magari  in compagnia di qualche amica. Un lavoro che può assicurare loro, almeno in parte, l’indipendenza economica senza esporle a critiche né mettendone in discussione lo status e il decoro.

Ma più che una direttrice Lina pare una sindacalista: istruisce le operaie sui vantaggi della previdenza e raccomanda loro di iscriversi alla Società di mutuo soccorso e alla Cassa nazionale per l’invalidità e la vecchiezza, oltre a organizzare nei giorni festivi corsi gratuiti di disegno e di aggiornamento sull’arte del ricamo. Un’idea geniale, la sua: rendere una professione retribuita quello che era sempre stato un passatempo delle donne bolognesi, i cui prodotti rimanevano per uso domestico e familiare. Un esempio cooperativistico al femminile ante litteram: a fine anno gli utili dell’azienda venivano ripartiti tra le lavoratrici, che erano considerate più artiste che operaie.

L’Aemilia Ars ha anche un laboratorio proprio, attiguo al negozio di via Carbonesi dove i preziosi manufatti vengono esposti e venduti. La prima guerra mondiale costringe alla chiusura, ma Lina non vuole privare le operaie e l’impresa di una fonte di reddito e così le abili ricamatrici vengono momentaneamente riconvertite in cucitrici di ruvide camicie per i soldati al fronte. Un modo anche per continuare a garantire un reddito a tante donne rimaste sole e con figli da sfamare. A ciò Lina aggiunge un’opera di grande valore sociale, che poi verrà imitata da altre signore in tutta Italia, fondando e gestendo l’Ufficio notizie alle famiglie dei militari, che solo a Bologna impiega trecentocinquanta volontari tra signore, signorine, sacerdoti, studenti.

Dopo la guerra le mani delle ricamatrici tornano ad occuparsi di pizzi e merletti nel nuovo laboratorio aperto in via Ugo Bassi e nelle stanze da lavoro di tante case bolognesi. La richiesta è in crescita e nascono le prime scuole dove si apprendono, fin da bambine, i segreti della nobile ars. Soprattutto nei doposcuola gestiti da suore, come quello del Sacro Cuore di via Galliera, le ragazzine imparavano un’arte che per alcune sarebbe diventata anche un mestiere. Un ammaestramento capillare perché nelle zone dove non c’erano religiose era Lina stessa che provvedeva ad insegnare i principali rudimenti alla maestra del luogo affinché essa istruisse gruppi di ragazze  in modo che poi queste potessero cominciare a lavorare anche da sole a casa propria. Una vera e propria scuola di formazione-lavoro, che già prima della Grande Guerra contava ottocento lavoratrici.

Nel 1926 l’attività, sempre più florida, dell’Aemilia Ars si trasferisce di nuovo, questa volta proprio nei locali al piano strada di Palazzo Cavazza in via Farini. Ed è in quell’anno che la contessa, per festeggiare le nozze d’argento dell’Aemilia Ars, raccoglie nei suoi saloni vecchie e nuove artiste del merletto e regala a a ognuna di loro un ditale d’argento con incise le date 1901-1926.
Ma altre avversità sono alle porte. La mentalità illuminata della nobildonna bolognese che da decenni opera per dare una professionalità alle donne e renderle economicamente autonome si scontra con la morale fascista che invece le vuole chiuse in casa e dedite solo alla famiglia e alla procreazione e con la Legge Gentile che sopprime il lavoro femminile come materia scolastica. Negli anni Trenta l’Aemilia Ars deve fare i conti anche con la crisi dovuta  al cambio di mentalità e al blocco delle esportazioni.

Gli anni della vecchiaia della contessa Bianconcini Cavazza non sono sereni: il mondo è cambiato, il sogno di rendere emancipate le donne nato con l’Aemilia Ars è in parte tramontato, in più si susseguono le disgrazie a cominciare dalla morte nel 1941 sul fronte albanese del nipote Franco, pacifista e antifascista, appena venticinquenne. L’anno successivo si spegne anche Lina e dopo pochi mesi se ne va pure il marito, il conte Francesco Cavazza che tanto l’aveva assecondata nelle sue attività di inizio secolo.

La guerra sembra avere spezzato anche l’attività dell’Aemilia Ars, con la distruzione del negozio nel bombardamento del 1943. Ma subito dopo il secondo conflitto mondiale, un’altra donna intraprendente prende in mano le sorti dell’impresa, facendo ricostruire il locale e ripartire la lavorazione dei preziosi merletti. Si tratta di Maria Losi Garagnani, nata nel 1904 in Brasile ma bolognese d’adozione, appassionata di ricamo fin da giovane e incoraggiata nell’impresa dal marito, anche lui estimatore della cultura bolognese, che alla fine la convince e le compera l’attività. Nel negozio di via Farini 3 rifiorisce così l’antica arte, anche grazie al lavoro della brava disegnatrice Anna Ferrarini. Maria abbandonerà il negozio dagli arredi Liberty soltanto a 83 anni, per poi spegnersi due anni dopo, nel 1989. A lei è dedicata la scuola steineriana di Bologna. Maria Losi Garagnani, dopo aver conosciuto Rudolf Steiner, fu infatti la principale promotrice delle teorie pedagogiche steineriane sotto le due torri.

Nel frattempo il passaggio di testimone dell’antico merletto bolognese non conosce soste. Le più esperte, autentiche maestre come Bice Lami e Antonilla Cantelli, formano nuove generazioni di artiste dell’ago. La Cantelli, in particolare, viene ricordata come l’ultima depositaria dei segreti del ricamo dell’Aemilia Ars. Nata nel 1914, frequenta fino ai 18 anni con dedizione la scuola del Sacro Cuore voluta dalla fondatrice Lina Bianconcini Cavazza, poi nel tempo diventa l’indiscussa numero uno. Fino alla morte, nel 2008, continuerà a ricamare con una precisione e una freschezza straordinari, e a insegnare alle numerose allieve.

Così, il tesoro dell’Aemilia Ars è rimasto intatto. Tramandato e conservato da un numero ristretto, ma di grande esperienza, di cultrici del merletto bolognese. Consapevoli di quanto sosteneva John Ruskin, uno degli ispiratori dell’Aemilia Ars, che «tutte le cose belle sono anche necessarie»